12 October 2008

Psicologia della violenza

Filed under: Blog — Amministratore @ 13:28
LA VIOLENZA OGGI

1. PREMESSE

Sempre in primo piano la violenza, riproposta quotidianamente dai media, attraverso fatti, eventi e fenomeni multiformi che a livello globale ritraggono un clima sociale estremamente violento. Clima attribuito alla natura stessa dell’esistenza umana e quindi come una sua espressione inevitabile che di frequente è contrastata con mezzi altrettanto violenti di controllo sociale che vanno dal lassismo alla tolleranza zero, alla ricerca di modalità più equilibrate.

La ricerca dunque del mezzo di controllo più idoneo, per quella che è ipotizzata da studiosi molto autorevoli, una manifestazione inevitabile degli impulsi umani, sia individuali che sociali, che si concretizzano nell’omicidio e nella guerra, ed impediscono la socializzazione.

Questa premessa induce conseguenti ipotesi catastrofiche: l’egemonia della distruttività umana sui lumi della ragione.
Questi ultimi, che contraddistinguono l’uomo e la sua evoluzione, alla fin fine vengono attribuiti ad una pratica divina.
La considerazione che l’espressione umana dell’irrazionale sia irriducibile e pertanto non controllabile a priori, si pone come un presupposto che diminuisce le prospettive favorevoli alla contenimento della violenza, e nel contempo indicano la necessità e l’uso di una pratica repressiva della violenza.
Risposte irrazionali all’irrazionale che vanno ad alimentare successive sequenze di risposte irrazionali in una spirale senza fine.
L’antica opinione che il sangue grida vendetta, presuppone che qualcosa abbia prodotto il sangue, e così nella ricerca causale, a ritroso, la motivazione biologica sospende il logos propositivo, le soluzioni creative; le dinamiche vitali di perduta memoria, non sono più in grado così di arginare e trasformare gli effetti originari e successivi.

Non c’è ambito privato o sociale nel quale non si ravvisino manifestazioni di violenza, ma ciò, nulla toglie al fatto che esistono le condizioni per l’elaborazione delle risposte emotive, per la fissazione dei principi su cui poggia la gestione e al controllo maturo della vita.

Quel criterio di maturità ravvisabile e riscontrabile nel successo del processo evolutivo filogenetico, che si pone come “conditio sine qua non” di un preciso sistema di indici che conducano ad individuare criteri previsionali del benessere sociale. Per quel che può contare tale ultimo concetto storicisticamente.

2. VERSO UNA DEFINIZIONE DI VIOLENZA

Dal vocabolario Treccani, (communis opinio linguistica) con il termine violenza si intende: “La caratteristica, il fatto di essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i propri moti istintivi e passionali”.
“In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole, o da sevizie morali, minacce, ricatti), come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà”.

Dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (1996) d’altro canto: la violenza è definita come: “il ricorso o la minaccia di ricorso intenzionale alla forza fisica o al potere contro sé stessi, contro un’altra persona o contro un gruppo o una comunità, che comporta o può comportare un danno iniquo, vale a dire, il ferimento, la morte, un danno psicologico, una qualsiasi disfunzione nello sviluppo dell’individuo o una carenza affettiva”.
Meglio specificati a mio avviso nella prima definizione, gli elementi essenziali che risultano quindi essere:

FORZA BRUTA
fisica
verbale
comportamentale (di un evento o persona esterna )
FORZA GUIDATA
dall’irrazionale
FORZA CONTRO
la volontà altrui

Una indagine analitica non priva di significato: definizioni similari e parallele, intendono quindi ravvisarla in ogni singolo atto (manifestazione di volontà, verbalizzata, agita), espressione (tacita o verbale) o idea (attinente alla coscienza di sé e alla realtà), proveniente dall’esterno su un individuo tendente a limitare o reprimere la sua autodeterminazione che presuppone uno stato di coscienza integro ed accompagna la ragione nella scelta dei mezzi adeguati a perseguire i suoi fini.
Volontà contro volontà: è nell’incontro che non prevede la reciprocità, nell’incontro che diviene scontro, impossibilità di alternanza, elusione dello spazio e del tempo biunivoco, che nella relazione interpersonale se ne presume la condivisione nel rispetto dei limiti materiali, morali, mentali dell’altro, i limiti del suo spazio personale, strutturato in epoca precoce dell’evoluzione biopsichica dell’individuo.
Nella coordinazione delle variabili Spazio e Tempo personali il prerequisito alla condivisione di uno spazio relazionale prodotto dallo scambio di comunicazioni corporee, verbali e paraverbali dei due attori in relazione, che origina ed attiene alla causalità e diretta ad un fine comune.
Si potrebbe così constatare che tutto è violenza! Anche una domanda può risultare violenta, quando non sia una domanda aperta, in quanto tende ad avere una risposta particolare nell’ambito dello spazio privato, l’unico veramente libero per definizione, che si può desiderare di condividere.

Forza bruta, si diceva la quale viola la volontà dell’Altro, il suo spazio-tempo, compromettendone la libera espressione di pensiero e di azione.
La forma della violenza in una situazione relazionale paritetica, si esprime nelle modalità:
fisica (corpo)
verbale (parola)
agita (immaginario)

e nelle situazioni di dipendenza relazionale, può inoltre esprimersi, come omissione (qualcuno non fa ciò che dovrebbe) o carenza specifica di:
cura (protezione)
verità (realtà)
regolarità (fissa la strutturazione).

Non è determinabile se risulta più coercitiva: la violenza fisica che attiene al corpo e che appare più evidente, oppure la violenza che attiene alla parola (verbale diretta, e indiretta relativa a forme linguistiche non sospette che incidono profondamente nell’inconscio). Oppure infine la violenza agita da terzi, con comportamenti non sempre prontamente comprensibili dalla coscienza, anzi talora solo immaginati quali violenti.
Si constata giornalmente che il corpo, la parola e l’immaginario in una modulazione comunicativa articolata, sono tutti coinvolti e la complessità comporta l’analisi nei suoi singoli elementi e nei loro equilibri/disequilibri.
Rimandando all’effetto prodotto la distinzione e la valutazione delle cause.
Questa differenziazione è rilevante ai fini della determinazione delle strutture formali dei fenomeni violenti.
Intendendo per struttura formale il nesso fra frustrazione ed una risposta violenta.
E’ importante considerare quindi la violenza interpersonale, sia in senso evolutivo (adulto-bambino, adulto-adulto) che in senso politico ascendente e discendente (governanti-gruppi sociali).
Questo parallelismo sembra significativo per l’analogia formale e forse strutturale, in grado di offrire un modello esplicativo delle dinamiche affini che si collocano in questi ambiti relazionali.
In sintesi: Violenza come mancanza di rispetto verso tre dimensioni specifiche personali determinanti: anzitutto il corpo, lo spazio fisico e mentale dell’inconscio, in secondo luogo il tempo presente e futuro modulato dall’immaginazione, e limitato, Infine dall’influenza dell’immaginario, che restringe l’espressione della volontà dell’altro.
Naturalmente il terzo elemento, la volontà, può avere dei limiti soggettivi:
L’aspetto distintivo, sostanziale, è dato dal carattere di irrazionalità (per quel che vale tale sostantivo), che lo innesca. E costituisce del resto una sua proprietà di risposta o reazione ad una situazione stimolo, legata alla razionalità da un nesso logico ancorchè minimo: motivo occasionale per qualcuno, ma che nella sua dimensione associativa, simbolica, che ne permette la decodifica: stimolo in primis, che ha carattere, si ripete, di:
Violenza fisica,
Violenza verbale,
Violenza agita.

3. FORME DELLA VIOLENZA

Una analisi linguistica giunge qui opportuna, per ravvisare i sinonimi del sostantivo violenza. Sinonimi e al tempo stesso, si badi, effetti.
- Violenza = Danno
- “Volontà contro volontà” (approccio esterno)
- “Mancanza di rispetto del tempo, dello spazio e della volontà dell’altro”
Ma attraverso l’ampiezza dei concetti paralleli, è necessario distinguere:

a) VIOLENZA PRIVATA (Con propria casistica attuale anche se non esaustiva, OMISSIVA COMMISSIVA)
nella famiglia
nella scuola (come aggregazione mista minori/adulti in posizione ordine/subordine)
sul posto di lavoro.
Tale tipologia a), comporta una serie di risposte che vanno dal crimine alla malattia psichica.
b) VIOLENZA SOCIALE: In una gamma non trascurabile, di gruppo limitato, esteso o globale.
Parliamo qui, dei gruppi prevalentemente composti da adulti che hanno margini di attualità che vanno:
1) dalla violenza dei media (valore catartico della protesta verbale)
- verbale
- simbolica
- interpretativa
2) alle espressioni violente:
- nel gioco
- nello sport
- nel lavoro
Anche qui le RISPOSTE COMPORTAMENTALI del violentato a violenza privata e a violenza sociale + RUOLO DEI MEDIA.

Si riporta un esempio di “fatto” di clinica sociale, nell’affare Watergate: i due giornalisti del Washington Post, che fanno scoppiare lo scandalo, culminato con le dimissioni di Nixon, sono ora spariti. Evidenziata la violenza iniziale, hanno subito una violenza di risposta: una società che si emoziona ma alla fine non recepisce.
Prevedibilmente, quando viene superato un valore soglia di violenza tollerabile, non consentendo più l’elaborazione in termini verbali, attraverso il pensiero e la parola, innescherà una risposta reattiva violenta, agita, in seguito alla sua influenza sull’immaginario, variamente diffusa ( nel singolo, in piccoli gruppi o in strati sociali più ampi).
Ma vi è una forma di violenza più nascosta nella: VIOLENZA POLITICA (gestione della vita sociale).

Tale violenza è aspecifica almeno come tendenza generale:
Ha aspetti di : Repressione, Persecuzione, Tolleranza, Lassismo.
Risulta specifica su fasce deboli: per esempio sul malato psichiatrico, sugli omosessuali, sulle prostitute.
Ha evidentemente delle RISPOSTE COMPORTAMENTALI quali:
- mafia/camorra/’ndrangheta
- criminalità organizzata
- terrorismo.

Nella realtà giuridica italiana, esiste una norma, esiste in effetti una norma (art. 416 bis c.p.), che registra il tema della “violenza” mafiosa, nelle forme attuali.

Parenteticamente e rapidamente si è sinora parlato della rilevanza della violenza in generale, con un accenno al suo carattere ritenuto irriducibile. Ci si è inoltrati verso una definizione della violenza, individuandone i suoi segni discriminanti ed il tipo di comunicazione che sottende, seguita da una sommaria indicazione delle forme in cui si manifesta.
Esauriti gli aspetti descrittivi generali si passa ora ad analizzare in particolare la:

4. VIOLENZA POLITICA

ALCUNE NOTE SUGLI ELEMENTI DI BASE DELLA POLITICA AL FINE DI CHIARIRNE ALCUNI ASPETTI SPECIE SUL LINGUAGGIO DELLA POLITICA:

LINGUAGGIO dunque VERBALE E LINGUAGGIO COMPORTAMENTALE.
La struttura della gestione politica, si pone costantemente e storicamente, come modello di riferimento, da emulare volutamente o meno (un esempio per tutti: Roma ai tempi dei Borgia. Dal basso verso l’alto, criticato e/o ricalcato, coscientemente o meno. La regolamentazione politica, nel rispetto del mandato popolare o aristocratico, conseguito e a salvaguardia del benessere generale, della giustizia e dei diritti individuali nel senso più esteso, si avvale della forza della ragione, quale criterio guida fondamentale nella mediazione della conflittualità sociale.
Le norme segnano le scelte effettuate dai delegati al governo della cosa pubblica, entro i limiti spazio temporali della volontà popolare. Lo spazio della limitazione e della possibilità di ciascuno, nel rispetto del diritto di tutti, per la realizzazione dei bisogni, effettuata con i mezzi più idonei.
L’espressione linguistica in primis, permette l’informazione. Un linguaggio accessibile, facilita la relazione governanti-governati: semplice e preciso, è in grado di trasmettere adeguatamente i contenuti relativi ai programmi previsti ed alle scelte effettuate.
Benchè il linguaggio politico sia nella sua forma tipicamente vago, facendo riferimento a formulazioni e concetti astratti quali benessere, giustizia, libertà, diritto, ecc… nell’applicazione concreta, nelle conseguenze della legiferazione compiuta si profila la comprensione.
Comprensione in ritardo rispetto all’affermazione generica degli intenti di una buona amministrazione. Tra rispetto della delega di rappresentanza ed aspetti burocratici, spesso in questi ultimi, elementi solitamente imprevisti nella loro consistenza, si manifesta la volontà politica, la cui maggiore forza si tratteggia nella sua capacità di previsione dei tempi e dei modi della realizzazione degli impegni presi; che sappiano anticipare i termini della loro attuazione.
Una buona amministrazione esprime verbalmente i suoi intenti, ma la verifica dei risultati avverrà nella prassi, dall’analisi degli effetti prodotti e dal successivo consenso ottenuto.
Il carattere generale dei contenuti, avrà bisogno della verifica nella prassi. Questo salto dal piano dell’astrazione, del programma, al piano concreto, di più estesa comprensibile, in quanto esperibile a tutti, e che toccherà il livello individuale.
L’aspetto della soddisfazione irrazionale e la conferma razionale, binomio la cui corrispondenza è in grado di esprimere l’equilibrio ed il successo della mediazione conflittuale.
Sul piano del fare ha luogo la comunicazione più concreta e più efficace, quella che può confermare la capacità di previsione del programma iniziale (verbale), e che da sola può confermare la validità della regolamentazione adottata se dà risultati positivi, e indirettamente all’autorità che ha rispettato l’alterità.
Linguaggio verbale e linguaggio comportamentale. Tra l’informazione razionale ed il messaggio irrazionale che usa una logica inconscia, rapidamente percepibile ma non altrettanto velocemente traducibile sul piano verbale.
Seguendo queste premessa, consegue che la pratica di un modello di gestione irrazionale è reprensibile. Si vuol dire può 1) (sul piano non cosciente) autorizzare un modellamento inconscio a livello individuale, l’imitazione di comportamenti inadeguati che non raggiungono il livello della consapevolezza, oppure, 2) (sul piano cosciente) autorizza la protesta, e l’opposizione dirigendo le forze individuali in direzioni più coerenti o auspicate come più soddisfacenti.
Da qui l’importanza dell’impronta formale del modello politico, data la sua influenza sociale ed individuale, i suoi caratteri di autocontrollo sugli aspetti razionali che risentono di inadeguatezze rispetto a quegli imperativi etici sostanziali, che ricercano una continua conferma sociale e politica, atte a rafforzare il senso di sicurezza e di fiducia personale.
Quindi, modelli di repressione, persecuzione, tolleranza o lassismo politici. Risultano estremamente pericolosi, in quanto si estendono a macchia d’olio, apportando livelli collettivi di malessere fisico o psichico o criminalità, che oltre a rappresentare un costo sociale decisamente alto, non trova facili soluzioni, ma parcheggi, assistenzialismo, buonismo, o punizioni eccessive o irrisorie; restrizioni e costrizioni che non comportano “la cura”, ma l’emarginazione, improduttiva in senso economico, ed estremamente violenta di cui si misconosce l’apporto politico e sociale: ghetti di malessere sempre più estesi, realtà paradossali del terzo millennio, dilaganti forme di inciviltà.
SI PASSA ORA AD ANALIZZARE IL VERSANTE DELLINGUAGGIO DELLA MENTE SOTTO IL PROFILO DEL LINGUAGGIO VERBALE E DEL CONTROLLO RAZIONALE SULLE SCELTE COMPORTAMENTALI
Si noti bene però, che sebbene importante ed essenziale, la capacità cognitiva mediatrice di una scelta consapevole, in grado di riconoscere i suoi bisogni anche emotivi, è tendenzialmente fallace.
La distinzione fra persuasione e suggestione, eticamente distinte, e ritenute nettamente separabili, si mescolano invero facilmente.
Il messaggio trasmesso tecnicamente procede in parallelo, arrivando contemporaneamente alla parte emotiva e a quella cognitiva e razionale della mente.
Certo dell’interdipendenza di queste modalità di funzionamento diverse, non si sa ancora molto: si specifica quindi in questa sede qualcosa di già accertato, che relativo alla fallacia delle scelte umane che mescolano, spesso non volutamente caratteristiche.
Si parla anche di iniziative pratiche razionali ed irrazionali, che necessitano di un continuo controllo esterno, di un altro individuo, di gruppi politici di opposizione (in senso sociale), che diano rilevanza, tramite l’apporto dell’antitesi, ad un processo dialettico continuo di verifica della tesi, al vaglio della ragione dell’altro, del terzo, da verificare costantemente, sul piano della discussione continua e dell’intervento della diplomazia mediatrice.
Detto ciò, sia a livello di governance locale, e tanto più, a livello internazionale, sottolineato che l’approccio olistico all’uomo è ben difficoltoso, per il sempiterno desiderio umano, più che per presunzione, di essere razionale per eccellenza.
Questa modalità critica, diventa indispensabile, per la sopravvivenza stessa dell’uomo, in conflitto tra immediata realizzazione del desiderio, e necessità di immortalarsi nelle generazioni future, tra l’esigenza di realizzare il tutto e subito, (caratteristica del funzionamento inconscio), e l’accertamento della sua superiorità metafisica da confermare sul lungo periodo.
Data l’importanza della variabile temporale, più specificamente umana: l’etologia ha sottolineato infatti il significato di territorio, e quindi di spazio, quale variabile determinante del comportamento animale, grazie al quale è stato compreso ed spiegato molto della sua condotta, molto valido anche per l’intervento terapeutico sull’uomo.
Altra variabile complessa caratteristica e motrice dell’azione umana, anche se non esclusiva è rappresentata dalla volontà, nella sua prerogativa di realizzazione di compromesso fra desiderio e limitazioni rispettose dell’altro.

Eppure, nel corso dei secoli e tuttora non si è rivelata esclusivamente compromissoria all’atto pratico. Abbiamo assistito, ed assistiamo ancora ad ideali perseguiti dall’uomo politico, al quale si concede uno status di super partes per le scelte di benessere popolare a cui attiene il suo mandato. Mandato, anche questo, considerato motore primo di questa prassi, che, tra razionalizzazione ed emozione, si imbatte in scelte difficoltose, delle quali chiede un consenso allargato: l’uso di scelte violente in primis.
La forza dell’irrazionale che guida direttive di rappresaglia o di vendetta, in nome anche della libertà e dell’autodeterminazione popolari. Il consenso sul principio generale che i fini giustificano i mezzi, si prefigura estremamente dannoso negli intenti ed ancor più negli effetti.
La politica in generale necessita di una conoscenza più approfondita dell’uomo e delle sue modalità di funzionamento psicosociale.
Finita l’epoca in cui il potere divino guidava gli interessi popolari tramite il Sovrano all’uopo assegnato, finita l’illusione che sia possibile vivere e lasciar vivere, invalidata dalla storia, si richiede l’impegno attivo e costante, per la sopravvivenza umana nel rispetto dell’altro e del pianeta: Se questo imperativo etico appare inessenziale perché pensare? L’ottimismo è possibile se corroborato dalla conoscenza profonda del funzionamento degli esseri umani e delle cose, dei suoi limiti e delle sue sagge scelte autolimitative per la salvaguardia di tutti. Ed è proprio a tutti, riferita la guida degli arbitrii, soddisfacendo volontà e piacere, nel giusto mezzo.
Non è il giudizio sull’uomo, né l’impeto delle componenti pulsionali tout court, ma la coesistenza di due modalità di comprensione e d’approccio alla realtà non prontamente fungibili. Necessita di una doppia contabilità, fatta su due registri: uno razionale e l’altro irrazionale, dai quali trarre un valore differenziale, operativo, indicativo per l’azione.

Un aspetto attualissimo della violenza politica è costituito oggi dal TERRORISMO. Argomento pericoloso sul quale sono stati versati fiumi di inchiostro “simpatico”: frasi di convenienza, tesi di difesa o offesa precostituite ecc.

UNA IPOTESI : IL TERRORISMO COME FORMA DI RISPOSTA VIOLENTA, EVOCATA DA UNA VIOLENZA POLITICA PRIMARIA

Le molte definizioni che sono state date del terrorismo, condividono del gesto un aspetto: la violenza, o minaccia di violenza, usata contro paesi o società, per scopi politici (di carattere ideologico e/o religioso). Violenza esplosiva, improvvisa e sproporzionata, benchè verbalmente annunciata. Di tipo esplicitamente rivendicativo, si ripresenta storicamente in forme diverse; un dato interessante che fa notare Laqueur, uno studioso di terrorismo vecchio e nuovo: non è risultato molto frequente nei regimi totalitari!
Appare come una risposta ad una violenza primaria subita da un gruppo più o meno numeroso di persone accomunate da una motivazione/scopo, che tende a far valere uno Stato di diritto concretamente leso, o idealmente perseguito. Al di là dell’ovvio giudizio etico su questo fenomeno criminale sociale, e spingendosi nella direzione della ricerca delle sue ragioni che prospettano motivazioni logiche politiche, ma espressione folle dell’irrazionale, dove la vittima ha connotazioni immaginarie: “l’attacco al cuore di uno Stato”, formula spesso emulata, che colpisce spesso vittime simboliche e più di frequente persone comuni, comparse in una teatro reale, di una rappresentazione mentale. Messaggio agito, trasformazione di un concetto astratto in un’analogia comportamentale, che in siffatta modalità può comunicare direttamente all’irrazionale esterno, primo motore, stimolo alla risposta violenta.

MA QUALI MOTIVAZIONI INCONSCE PRODUCONO FORME DI TERRORISMO?

Quale azione violenta di rivalsa, di cui un gruppo assume la responsabilità, si propone come un atto coscientemente progettato ed attuato. Nei contenuti rivendicativi, l’affermazione assume una formulazione simbolica: Contro “ le forze del male”, una strategia: trafiggerne “il cuore”.
Il colpo al cuore, rappresentazione metaforica di un attacco volto a interrompere la connotazione persecutoria dell’irrazionale, e nel contempo restituzione del colpo al proprio cuore.
Violenza eccezionale contro un potere esterno esperito come coartante, nella necessità di ridurne portata e durata: infliggere la morte ad un agente mortifero, illusoriamente preservare la vita. Epperò questo tentativo immaginario può innescare una spirale di violenza reale, violenza contro violenza, fragore contro potere, e poi ancora potere contro il fragore.
Esplosione verso un bersaglio concreto, comunicazione emblematica, irrazionale Realizzazione. Concretizzazione di un evento emotivo,
Nel contempo, è inverosimile, ritenere l’azione terroristica totalmente immotivata. Lo stimolo, la provocazione esterna benchè minima è presente senza eccezione, la causalità è verificabile, sebbene non condivisibile nella forma che comunica sull’immaginario dell’antagonista, in primis provocatore, anche se involontario.
La spirale di violenza, se non bloccata col vaglio della ragione, attiva pericolosi livelli di violenza dilagante.

C’è da chiedersi allora se vi siano MODELLI ALTERNATIVI DI PROTESTA. E qui di seguito se ne tenta un profilo:

Con sfumature diverse, sono state adottate modalità rivendicative molto razionali e di rara efficacia, attraverso forme volutamente pacifiche quasi paradossali, che sono riuscite a contenere, dirigere e trasformare la frustrazione ed il malessere di molti, in forza propositiva e creativa, modulandone la portata e la direzione. Si ipotizza volutamente, che l’epilogo successivamente triste di morte violenta dei capi carismatici non abbia dissuaso dalla possibilità di una futura emulazione di questi modelli pacifici. Presuppone una scelta cosciente, una volontà propositiva, modulata dalla riflessione che rallenti la reazione emotiva irrazionale: in ciò si può individuare l’importanza dell’insegnamento e dell’apprendimento di una cultura della non-violenza come assunzione di responsabilità, ricorso alla saggezza, per il controllo dell’irrazionalità.

La politica della non-violenza, storicamente (nel XX sec.) ha avuto in Ghandi ed il M.L. King due fautori della strategia della resistenza passiva, volta una all’indipendenza dall’Inghilterra e l’altra alla conquista dei diritti civili, numericamente importante, si è dimostrata valida, probabilmente per la protesta popolare diretta. Assumendo la forma di movimento che rifiuta la cultura della violenza, attraverso progetti attivi di disobbedienza che respinge la rassegnazione, rifiuta la resa e lo status quo.
Meno noto il tentativo del Ghandi palestinese: Mubarak Awad, con la costituzione del “Palestinian Centre for the Studies of Non-violence”», che nel clima infuocato medio orientale, non ha trovato uno spazio libero per attecchire, indispendabile all’applicazione di questo modello che si avvale della mediazione e del controllo razionale, più funzionale e più civile, nel rigoroso rispetto per la vita, concetto importante in quanto segna il salto evolutivo della specie umana, caratterizzato dalla coscienza di sé e degli altri, segno di progresso, di civiltà e responsabilità.

Esiste poi un PARALLELISMO FRA TERRORISMO E DELITTO PRIVATO?

Per le loro analogie formali, si può porre un parallelismo reale e realistico, fra due fenomeni: il delitto in ambito individuale, il terrorismo in ambito sociale, espressioni entrambe di criminalità violenta.
Crimine individuale e crimine politico.
Il crimine politico come tale si annovera tra i crimini sociali, organizzati, ove la mente è distinta dal braccio, l’esecutore materiale, che perseguendo fini razionalizzati, strutturalmente affine al crimine privato premeditato che si avvale certamente di una occasione offerta dal contesto sociale, uno stimolo forse minimo, al quale segue un’agito sproporzionato, che non tiene in gran conto la sacralità della vita della/e vittima/e. La società come organismo complesso, affine all’organismo singolo, ed allo stesso modo, e con lo stesso processo, l’agito.

Se ne differenzia a volte, la rivendicazione verbale e prima ancora l’intimidazione, la minaccia annunciata, ne permette la prevenzione, ma scambiato per delirio collettivo, pertanto ritenuto folle, farneticazione irrealistica, tutt’al più possibile ma non probabile (questa l’ipotesi più interessante adottata per spiegare i fatti dell’11 settembre 2001 a New York da Luquer), che sembra aver avuto bisogno di una triste verifica sul campo, per un cambiamento di prospettiva, sul peso da dare alle comunicazioni verbali della protesta, all’attenzione da prestare ai proponimenti più assurdi.
Di frequente, lo stesso accade, nei crimini individuali più assurdi, spesso preannunciati a qualcuno, di sovente anche prima di un suicidio, ma dall’interlocutore non viene correttamente considerato, data la difficoltà ad ascoltare ed “entrare nel mondo dell’altro”.

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