DIRE LA MORTE
Le attuali cognizioni circa il corpo, i suoi ritmi naturali e fisiologici, conferiscono spessore all’ambizione scientifica di ricondurre la vita dell’uomo alla vita della cellula, rendendolo punto di partenza molto interessante, tendente alla riduzione della caotica complessità risultante dai tentativi di interpretazione di un evento naturale e dai molteplici punti di vista adottati dai vari approcci sul tema della morte.
Vi è una morte fisica, il lento processo di invecchiamento umano globalmente quasi impercettibile, e l’accresciuta longevità, rimangono gli unici agganci al reale che continua a rammentarci senza digressioni l’ineludibile evenienza della morte, e della nostra morte. Ne seguirà ancora una lentissima decomposizione fisica.
Vi è una morte psichica, eppure il pensiero, quello stesso pensiero che agita interrogativi sull’ignoto e sul mistero della vita e della morte, cerca spiegazioni definitive ed insieme le evita.
Lo stato di morte quindi semplicemente come la parola “fine” su uno schermo.
Non risulta tollerabile e non risulta comprensibile, il sonno eterno senza risveglio, la dissociazione mente-corpo, la scomparsa della vita con quella del corpo.
Con le religioni viene custodita la negazione della morte, negazione strettamente correlata al giudizio ed alla pena; elementi tutti che si pongono come potenti rinforzi sociali nel senso dell’aggregazione (come del resto i miti).
DELLA MORTE DOBBIAMO PARLARE, ED ANCHE AI BAMBINI
“Come un palloncino gonfiato d’etere, che trattenuto da un filo vola alto e vicino, sfuggito di mano, intrattenibile, velocemente s’innalza, lontano, senza poter tornare indietro”; espressione figurata della mano della morte, che lascia andar la vita, o della vita che sfugge di mano, per uno sconosciuto dove.
Intessuta nella concretezza ideativa tipica del fanciullo.
Rappresentazione metaforica immediata, colma di realtà, e pertanto vicina ai dettagli dell’esperienza infantile, questi intorno ai 5 anni, adeguata alla descrizione di un concetto difficile e misterioso, anche per l’adulto. La morte indica nel contempo la perdita e la sua sostituibilità. La morte dell’altro, che si separa da noi, la nostra e separazione dall’altro.
Quesiti che reclamano risposte concrete.
“Perché ha voluto volar via?” Interrogativo ancorato alla volontà, anche delle cose.
Morte anche come fine di una carezza di un adulto noto, di un adulto - amico, e pertanto di un amico speciale, data la fase particolare di acquisizione di concetti da collegare a situazioni percettivamente strutturate; anche dell’amicizia quindi che inizia da momenti piacevoli, impresse in sensazioni corporee specifiche. Struttura percettiva immediata, seguita dalla parola che ne accompagna il senso, delineando i momenti spazio-temporali specifici degli avvenimenti vissuti.
Esperienza diversa, quella che trasforma in maniera graduale, “il palloncino che solo qualche tempo prima, si ergeva alto, contro la legge di gravità; avuto il tempo di invecchiare, di sgonfiarsi e rugoso di cadere, il bambino tenterà di restituirgli la vita, percotendolo verso l’alto”; tentativo propiziatorio, avallo manipolativo della impossibilità di risollevarsi con rinnovato vigore.
La comunicazione della morte al bambino, è indubbiamente un intervento difficoltoso per l’adulto, in quanto strettamente connesso a problematiche individuali relative alla morte ed al morire. Si noti, l’elemento determinante, al superamento dello sconforto, è rappresentato dalla sostituibilità della funzione svolta dall’oggetto perduto, non dall’oggetto in sé. Nella realtà del palloncino volato via, la prima esperienza influirà in una successiva occasione, sulla scelta del colore o della forma, ma non normalmente alla rinuncia a qualsiasi palloncino futuro.
Ed il ruolo dell’adulto in questo caso sarà quello facilitante l’espressione verbale del disappunto e della protesta.
Sarà la reazione dell’adulto, appropriata o meno all’evento specifico, ad influenzare quella del fanciullo, innescando reazioni opportune o inadeguate ( sicuramente non è quella del bambino ad influenzare l’adulto).
L’errore più frequente, è rappresentato da un comportamento adulto, compromesso da particolari vissuti relativi alla morte ed alla perdita o dalla sua interpretazione degli stati d’animo del bambino, che evince essenzialmente dal proprio vissuto, affidando pertanto l’attenzione a luoghi comuni (i bambini non capiscono, i bambini non soffrono - oppure vale il contrario), ma comunque la comunicazione può venire compromessa nel senso dell’evitamento, o nel senso dell’attribuzione di significati inverosimili.
Comunicarlo al bambino, comporta il prendere le distanze dalle proprie emozioni, ascoltare le eventuali richieste di informazioni, nella vicinanza e nella serenità più adeguata in relazione all’età e rispetto alle aspettative del giovanissimo soggetto.
La naturale dipendenza del fanciullo, lo rende vulnerabile dalle sollecitazioni esterne, sfavorevoli o favorevoli alla elaborazione degli accadimenti, ma ancor più può contribuire a conferire problematicità, per il fatto di essere spettatore passivo degli atteggiamenti degli adulti scostanti od oltremodo affranti, comunque di proporzioni inadeguate.
È proprio la morte, una tematica che fin dagli albori della storia, suscita nell’uomo stupore e perplessità.
Il pensiero può accettare la morte ma non la sua morte.
Neppure la sua riduzione ad animalità, ed invero culturalmente ha cercato sempre delle risposte di fuga nei confronti di conclusioni nel segno della realtà, quali: il corpo muore la vita scompare.
Forse basta non crederci per negare la realtà.
Non è difficile riconoscere un delirio condiviso quasi una necessità sociale, (una esorcizzazione più che elaborazione della mente nella realtà di un rituale luttuoso).
La fine di cosa?
La fine di un’illusione che ha il potere di generare effetti vitali?
La fine del dubbio angosciante: meglio una risposta sbagliata che una incertezza.
Il nulla eterno, proposta di sensazioni terrificanti, di intollerabile portata.
Ma proprio attraverso l’osservazione del bambino, possiamo riconsiderare come certa realtà possa divenire accettabile nella sua concretezza, nella relazione interpersonale e nella elaborazione essenzialmente realistica dei contenuti.
Capacità culturalmente attenuata nell’adulto attraversato a sua volta dai suoi antichi apprendimenti di opposizione ad una unica realistica risposta possibile (che potrebbe essere estremamente semplice).
É l’effetto del pensiero, propenso all’astrazione, si espande senza confini, ponendosi al di sopra della fisicità degli eventi, superando la corporeità, in opposizione alle limitazioni imposte dalla corporeità, alla limitatezza della componente istintiva che rende difficile una valutazione più corretta degli ostacoli.
Una considerazione: colui che sebbene travolto da un uragano, non è disposto comunque a cambiare stato.
Cosa potrebbe rappresentare, la resa?
L’analogia con questa tipica e pressoché costante reazione alla morte, richiama una riflessione su un fenomeno molto noto nella letteratura psicoanalitica, e non solo, quello della resistenza ( in analisi e in psicoterapia)
La resistenza, più che oggetto d’indagine, è stata prospettata e confermata quale onnipresente scoglio terapeutico, che a questo punto, dovremmo ritenere connaturata a caratteristiche propriamente umane, tanto più quanto sia lontano il sospetto, o la previsione di contributi potenzialmente vantaggiosi, apportabili da qualche variazione nelle abitudini e nei comportamenti inadeguati, avvertiti come tali
Risultando strettamente correlata alle credenze personali (fede, religioni, tradizioni, abitudini, convinzioni personali) viene sostenuta da motivazioni razionali note che la rinforzano, e da eventuali dissertazioni sugli svantaggi coscienti prodotti dai cambiamenti (a livello psicoanalitico ne vengono sottolineati i vantaggi inconsci) che frenano ed impediscono, gli apporti trasformativi.
E’ la paura sottostante, nella gradualità delle sue forme, che nutre la resistenza, che tiene a freno le consistenti trasformazioni personali e comportamentali, che ferma la corsa verso qualcosa di nuovo e verso l’ignoto.
Infatti, i suggerimenti, anche se espressamente richiesti, non vengono seguiti, se non per la sopravvivenza individuale, pertanto un consiglio è fatto proprio, solo se riesce a far superare qualche sorta di sottostante paura.
Il fattore essenziale atto ad influenzare l’assimilazione di un parere, comporta la prefigurazione di risultati positivi, l’anticipazione dei vantaggi; sebbene dissonante rispetto alle modalità fino a quel momento adottate, la percezione della novità sia avvertita in senso evolutivo ed in conformità ai propri valori ed alle proprie aspettative.
Non può andare normalmente oltre.
La presenza di angosce profonde radicate nell’inconscio, verificate dalla clinica psicoanalitica, ancorate primariamente alla frustrazione istintuale, (la cui espressione nella vita iniziale è nell’azione scoordinata e nell’urlo - pianto), è rinvenibile nelle psicopatologie presumibilmente più gravi.
Un attenzione va posta. Nella normalità il peso dell’angoscia è contenuta e contenibile, e non per le limitazioni indotte dalle difese, ma dalla contemporanea presenza, nello stesso ambito inconscio, di esperienze impregnate di piacere e di soddisfazione, in un nucleo articolato che si delinea come saggezza inconscia.
La gradevolezza struttura l’esperienza in un quid che regola la configurazione di principi guida validi per la scelta di comportamenti efficaci e la valutazione degli atteggiamenti altrui da accettare e contenere.
Il recupero di questo tipo di esperienza, facilita l’elaborazione dei cambiamenti, nella vita e nelle relazioni, anche prescindendo dai luoghi comuni di sollecitazione a protrarre nel tempo la sofferenza.
La complessità dei fenomeni contigui al morire, offuscano complicandolo il fatto in sé. La morte è un fatto, che non coincide con le emozioni indotte o risvegliate dallo stesso. La considerazione delle caratteristiche
1. del soggetto che muore ( età, sesso, suoi molteplici aspetti)
2. delle cause del decesso ( incidente, malattia, cause naturali)
3. dei legami affettivi con il soggetto
complica l’esame del fatto, la corretta valutazione del morire, l’attribuzione di un valore spogliato dalle concomitanze dei fattori contingenti sovradeterminanti, con una oscillazione tra il tentativo di amplificarne la risonanza emotiva e l’involontario impegno di ignorarla e di negarla.
La riflessione deve puntare quindi, sulla definizione della morte, meglio ancora sulla sua ridefinizione con un’attenzione particolare alla propria morte.
Premesso che in condizioni normali nessun individuo ricerca la sua morte, né ciò che la può facilitare, ma anzi privilegia quello che la può allontanare, e in questo gioco di evitamento allontanamento, esiste a voler ben guardare le cose, il morire, realtà questa di quella della morte; un morire di cui a volte, l’adulto ha consapevolezza e di cui mai ha consapevolezza il fanciullo.
