27 October 2008

Psicologia e Criminologia

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FALLIMENTO DELLA CRIMINOLOGIA ?

INTRODUZIONE
Le statistiche italiane sulla criminalità riportano, nel 2002, il numero di 2.231.550 reati denunciati e di 614.149 persone denunciate di cui 19.259 sono soggetti minorenni, complessivamente soltanto 123.252 casi arrivano al processo giudiziario con la individuazione del reo e la sua eventuale condanna.
Resta quindi di 1.617.401 il numero dei casi in cui l’autore resta ignoto.
Quella che viene registrata, rappresenta quindi una campionatura molto particolare, “il campione dei reati denunciati” alla Magistratura. Il numero reale dei reati resta pertanto sconosciuto. La sua valutazione deriva da una stima computata dall’Istituto Nazionale di Statistica nell’anno 1997-98, che ha riportato una tendenza alla denuncia degli illeciti, pari al 35,7%, per tutti i tipi di reati esaminati.
Il contributo proveniente dalle scienze statistiche risulta pertanto indicativo della diffusione dei reati e della distribuzione della criminalità, quale si manifesta tramite denuncia formalizzata all’Autorità giudiziaria. Le elaborazioni statistiche, numerose, hanno dato informazioni importanti circa la distribuzione dei reati per età, sesso, regione, nazione, e così via, ma sono pertinenti ad una campionatura particolare, al “campione della criminalità processata” che è anche di difficile confronto con i dati di anni precedenti, data l’incidenza che la normativa pone in essere, annullando alcuni reati, (vedi come esempio la recente non denunciabilità del borseggio se non in flagranza di reato, per cui il misfatto passa nel conto “smarrimento del portafogli”),
Quindi è solo una indicazione presunta che lascia molto alla congettura sui dati mancanti che favorirebbero invece una conoscenza più puntuale della entità del fenomeno, e si avverte la carenza di un contributo più sensibile alla indagine sostanziale della criminalità, prezioso ad indirizzare lo studio e la ricerca in criminologia.
Il numero oscuro della criminalità, pertanto resta tale ed è di difficile interpretazione: reazione di sfiducia verso il sistema giudiziario, omertà, complicità, reticenzaoppure una modalità inadeguata di difesa odi indulgenza?
La riflessione sulla origine dell’atto antidoveroso, sulla sua diffusione, sul suo significato non è mai terminata e niente di definitivo si è posto. Il fenomeno antidoveroso è sempre esistito, si afferma, e questo assioma delimita notevolmente anche il campo della osservazione. La registrazione dell’andamento e della distribuzione dei reati denunciati, non risulta incisivo.
TUTTE LE SCUOLE SONO FALLITE
L’apporto dell’oggettività statistica risulta quindi molto limitato, quando non fuorviante o non pertinenti e questa posizione appare paradigmatica di quella di tante altre teorie finora pervenute dagli studi sul crimine ed sul criminale da punti di vista diversificati sembrano accomunati da un cupo riscontro: il fallimento in ambito applicativo dei loro apporti teorici.
Tutte le scuole sono fallite, tutte le scuole hanno avuto insuccesso.
Sul terreno applicativo, prendiamo ad esempio quello dell’azione politica per la sicurezza delle città, e limitato al tema del governo locale della sicurezza sociale, gli interventi approntati nel segno dell’amplificazione dell’illuminazione notturna o dell’istituzione del poliziotto di quartiere, ecc. non hanno dato risultati rilevanti, provengono dall’intuizione ed dall’esperienza di un ufficiale di pubblica sicurezza.
L’applicazione delle acquisizioni criminologiche è stata confinata invece ad ambiti ristretti, ad un ruolo strumentale ed in rispettosa subordinazione al sistema penale; nell’intervento di natura prettamente peritale. Un ambito questo in cui si muovono continuamente tutte le problematiche legate alle scienze criminali, consistendo in un dibattito infinito sulla metodologia, sulle attribuzione della funzione peritale stessa, legata alle varie professionalità ed alle diverse discipline e scuole che ne reclamano l’ambito di competenza: alla dimostrazione di fare scienza. Quali spettanze al medico legale, allo psicopatologo, allo psichiatra, allo psicologo, al criminologo e perché no al sociologo? Una ricerca nella ricerca volta ad ottemperare ai quesiti, posti dal giudice, imposti dalle norme vigenti, che hanno riferimenti concettuali intraducibile nel linguaggio delle discipline non giuridiche.
Pericolosità sociale, infermità o seminfermità mentale, capacità di intendere e di volere all’atto del reato, concetti astrusi anche per lo psichiatra forense chiamato a dare una risposta improbabile, o meglio solo intuitivamente probabile, attraverso una perizia legale, sulla pericolosità sociale e sulla previsione di recidiva, nello stretto rispetto della consegna. Il dibattito accademico sulla migliore metodologia peritale da adottare, assorbe e convoglia sforzi ed energie senza arrivare ad una conclusione. La discussione sulla metodologia si sovrappone a quello della filosofia delle scienze, ne ripercorre quotidianamente il travaglio e la mancata risposta unanime. Quale la migliore, quale la più corretta, quale la più scientifica?
Viviamo in un periodo in cui la filosofia ha detto ormai tutto, e sulle tracce di Popper e Khun con Feyerabend si vorrebbe esaurita con licenza all’anarchia metodologica, ovvero nell’adozione di qualsiasi metodo che risulti il più adeguato a rispondere allo scopo. Pare quindi anacronistico impegnarsi con un rompicapo giuridico, risolvibile l’adeguamento delle norme al sapere scientifico, oppure venga lasciato il campo alla esclusiva competenza del magistrato.
Anche su questo terreno trova spazio il paradosso, con il legislatore che chiede lumi allo scienziato (nella fattispecie per lo più allo psichiatra forense) per la formulazione di una riforma del codice penale, e lo scienziato non avvezzo all’ astrazione legislativa, rimanda il problema al legislatore restando fermo su una ipotesi di indeterminatezza dell’agire umano, piuttosto che esplicitare una carenza teorica ed il mancato conseguimento dei criteri validi alla previsione del fenomeno criminoso, alla possibilità di recidiva e quindi alla determinazione della pericolosità sociale del soggetto, importanti per l’applicazione allargata della criminologia, ristretta oggi quasi esclusivamente, in un ambito strettamente accademico.
NELLA CRISI DELLA PRAGMATICA PERCHÉ NON PROVARE CON L’UTOPIA?
L’ oggetto attuale della criminologia non guarda più alla determinazione delle cause della criminalità, messo da parte il problema eziologico ha preso un orientamento descrittivo favorendo la precisazione delle circostanze ambientali, psicologiche e biologiche che accompagnano i fenomeni, avvalendosi dell’apporto di varie discipline, tra cui: la Medicina, l’Antropologia Culturale, la Sociologia, la Psicologia, il Diritto. Nelle ricerche più recenti trovano pertanto oggettivazione di volta in volta: l’autore del reato (come singolo e come gruppo), il fatto illecito come tale, lo studio della fenomenologia della devianza (non necessariamente criminale), l’indagine sulla reazione sociale alla criminalità, ed il più recente interesse per la vittima del reato, trascurata nel passato.
Nell’avvalersi della multidisciplinarietà si avverte la carenza nel coordinamento e sincretismo, vengono adottati pertanto quadri teorici e metodologici di riferimento molto diversi nelle varie discipline delle Scienze umane nella ricerca, la più rigorosa, di una oggettivazione.
È importante definire rigorosamente le condizioni nelle quali sono state condotte le ricerche, in modo da permetterne la riproposizione e la conferma. Ma le attenzioni forti riservate alla metodologia e che trovano applicazione in ambiti ristretti, riservare la preoccupazione maggiore al modello ed al suo costante controllo, rende la ricerca fine a sé stessa, o a fini accademici spostando il suo obiettivo ad insegnare a far scienza, più che ampliare la conoscenza.
Accertato ed accettato il limite applicativo, si può prendere atto del fallimento della pragmatica scientifica ed aprire ad una proficua riflessione .
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Le teorie ci sono e sono molte. È ormai tempo di cercare uno spazio per concretizzare un progetto, con cognizioni ed intelligenza, tra ragione e saggezza l’impegno verso le più affermate evidenze riportate nel dopo Lombroso e nel dopo Freud.
QUALI ATTENZIONI IN QUESTO PROGETTO UTOPICO?
La prevenzione come individuazione del soggetto potenzialmente pericoloso, non esclusivamente nella considerazione del suo stato intrapsichico o nel suo potenziale biologico.
L’apporto teorico che equipara la condizione umana a quella di sistema in relazione con altri sistemi, in un processo circolare e con andamento a spirale. Bisogna ritenerne in dovuto conto un’attenzione costante agli aspetti razionali ed irrazionali che entrano nel giuoco. Fra istinti, desideri ed ambiente, la relazionalità interpersonale nell’ambiente più prossimo, quello familiare ed in quello socio-culturale con cui entra in contatto.
Individuazione del soggetto potenzialmente pericoloso per la prevenzione, da non confondere con una politica del pregiudizio e del sospetto che seppur tollerabili dal singolo soggetto normale che non ha nulla da temere, induce un clima di incertezza là dove è più importante la presenza di un’atmosfera di distensione quale condizione necessaria a potenziare la serenità delle relazioni.
Fondante alla prevenzione risulta essere la promozione di quei fattori socioculturali atti a porre le condizioni che concorrono al benessere psicofisico personale, e sui quali è possibile operare socialmente poiché quello sociale è il tipo di intervento a più a vasto raggio.
Il punto di partenza sta nella determinazione del funzionamento di una condizione sociale strutturante, essenzialmente fissata, rinforzante la prevedibilità ambientale risultante in una regolamentazione ed organizzazione funzionale evidente.
La condizione di prevedibilità ambientale rappresenta la misura concreta idonea a fornire una adeguata modalità di azione e di reazione, che manifesti, ed insisto su questo termine, la capacità di mettere da parte i pregiudizi esistenti in un certo contesto sociale, nell’intento fondamentale di liquidarli.
La sicurezza sociale individuata come uno dei fattori principali correlati ad una ridotta criminalità (anche con misure atte a contenerla, circoscrivendola con misure assistenziali provvisorie, ed è importante sottolinearne il carattere provvisorio, poiché sia di appoggio in momenti di crisi, che nel più lungimirante obiettivo di consolidare l’autonomia e l’affermazione individuale, la responsabilizzazione. Eppure risulta una istituzione di aiuto indispensabile in certi momenti.
Non la psichiatrizzazione diffusa quindi, ma un sostegno fondante e specifico a favore del singolo.
La prevenzione come investimento sul futuro, poggia sulla predisposizione di servizi come punti di riferimento sostanziali, stabilita sulla base di punti fermi provenienti delle acquisizione delle conoscenze che rimandano a principi fondamentali strutturanti e ristrutturanti di garanzia sociale. Un tipo di intervento molto consistente di cui dare informazione capillare e servizi accessibili a tutti, organizzato allo scopo.
L’individuo ha diritto a non aver paura, esecrabile quindi il tentativo di fomentare lo spavento od il terrore per limitare il comportamento inadeguato
Determinare le condizioni ambientali sociali e specialmente individuali che si rivelino adeguate a favorire comportamenti personali sicuri, responsabili e corretti (definibili come non lesivi, che non danneggiano od offendano l’altro), che sollecitino e stimolino la maturità individuale, che sottraggano la ragione dalla schiavitù della paura e dell’incertezza: Tutto questo diventa oggetto di ricerca sul punto fondante ed apre ad un dibattito che può attingere anche da teorie convalidate.

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