L’INTERVISTA DEL BAMBINO
SEMISTRUTTURATA E PSICOANALITICAMENTE ORIENTATA
UN APPORTO DELLA PSICOANALISI AL PROCESSO
PREMESSE
È presente da tempo l’urgenza di avere delle linee guida per lo psicologo (e lo psicoanalista) nel mondo del diritto, quale operatore nella realtà del processo. In particolare è stata avvertita l’urgenza di formulare, e verificare sul campo, nuove metodiche inerenti l’intervista del minore ed in particolare quella del bambino.
Sono rilevate quotidianamente dai media, situazioni che eufemisticamente possiamo definire critiche le quali discendono da dichiarazioni rese dai bambini, in una forma non regolata. E’ già difficile interpretare il messaggio che ci proviene da un bambino, e può divenire impossibile intenderlo nella forma corretta, quando il rapporto che intercorre tra intervistatore esperto e bambino intervistato sia caratterizzato da errori tecnici di rilievo. Gli errori potranno allungare la loro ombra anche in interviste successive, apportando così un danno più grave di quanto possa apparire a prima vista.
E’ opportuno sottolineare quanto l’errore dell’intervistatore nel corso della intervista non solo renda difficile l’accertamento della verità, ma determini anche un danno per il bambino stesso (sia che risulti, come conseguenza dell’errore, abusato senza esserlo stato, ovvero non abusato essendolo invece stato). Si può aggiungere piuttosto, che una intervista connotata da errori costituisce tecnicamente un vero abuso ai danni del bambino.
La Carta di Noto (nelle sue edizioni rispettivamente del 1996 e del 2002) e le Linee guida per lo psicologo forense (del 1999) costituiscono dei riferimenti ormai ineludibili per la loro autorevolezza, e restano oggetto di una continua verifica, alla luce di quanto avviene nelle aule dei nostri tribunali. Le riflessioni sulle diverse metodiche di intervista devono fare i conti anche con quanto concretamente avviene dentro e fuori le aule dei tribunali, quindi se della strada è stata fatta resta lungo il percorso da fare.
Applicare una intervista indenne da errori, resta forse una illusione, ma si può sperare che gli errori più frequenti e più gravi stiano uscendo di scena, il che forse invece non è; e questo non può non preoccupare, dieci anni dopo la Carta di Noto (dieci anni durante i quali i contributi della dottrina sono stati frequenti, importanti ed abbastanza univoci per le loro indicazioni agli operatori).
Le interferenze (gli errori) più gravi sono quelle che provengono da un approccio non neutrale dell’intervistatore. Se quest’ultimo induce il bambino:
- a ritenere di essere sottoposto ad un vero e proprio esame, con domande che prevedono risposte giuste e risposte sbagliate
- a ritenere che da lui ci si aspetta una particolare risposta
- a percepire di essere gravato di una qualche responsabilità
saranno poste così tutte le premesse per avere delle risposte che saranno inutilizzabili, poiché tutto risulterà gravemente falsato.
Vanno evitate anche quelle interferenze dell’esaminatore, che tendono a massimizzare i ricordi migliorandone la qualità e a minimizzare il degrado qualitativo degli stessi. Massimizzazione, miglioramento e minimizzazione sono accettabili, ed auspicabili, solo quando rispettino, con la neutralità dell’intervistatore, i processi psichici del bambino.
La sensazione è che, a livello teorico, tutte le scuole sembrano accettare questa metodica, ma, a livello operativo, si aprono invece delle falle, spiegate e giustificate dalla urgenza di dare (al giudice o al pubblico ministero ed al difensore) una risposta, relativa al fatto di cui all’ imputazione, che influisce su molti esperti ed operatori al punto che alla fine pare che l’urgenza sia l’unico punto di rilievo.
Tutte le scuole ipotizzano un percorso peritale, connotato da diverse fasi ben distinte ed articolato in diverse forme (più o meno strutturate), e governato da regole generali quasi unanimemente accettate.
Queste regole evidenziano l’esigenza di:
- avere una adeguata conoscenza del bambino intervistando
- tenere conto di quanto emerso in eventuali precedenti interviste
- tenere conto di quanto eventualmente sia emerso nel corso di eventuali precedenti indagini testistiche
- avere predisposto, per l’intervista e per l’intervistato degli spazi adeguati
- essere in grado di date al bambino le conoscenze, relative all’esperienza che egli sta per fare, adeguate alla sua età
- utilizzare quelle domande che non implichino una particolare risposta
- evitare la ripetizione delle domande, meglio se neppure a distanza di tempo
- utilizzare strumenti proiettivi solo se adeguati alla natura ed alle esigenze della intervista (che ovviamente non sono e non debbono essere terapeutiche)
- dare eguale importanza a tutte le risposte date dal bambino, siano esse verbali o non verbali (ed alle conferme e disconferme del non verbale al verbale)
- evitare che, come già si è detto, l’intervista si trasformi in un esame, magari con premio finale se la risposta data sia quella che l’intervistatore inadeguatamente, si attende
- evitare che il bambino avverta che l’intervistatore ha fretta, fretta di avere una particolare risposta, ed è disposto a dare un giudizio negativo o positivo sul bambino a seconda che la risposta attesa venga data o meno
- evitare interpretazioni e commenti per quanto accada, anche (e anzi sopra tutto) se essi siano di natura non verbale
- ricordare sempre che l’apertura e la chiusura dell’ intervista impongono all’intervistatore l’obbligo di aprire e concludere una relazione in forme che non pregiudichino la serenità del bambino
UNA INTERVISTA :
SEMISTRUTTURATA PSICOANALITICAMENTE ORIENTATA (I.S.P.O)
L’intervista che sarà presa in considerazione, ora, risente delle attenzioni e delle preoccupazioni che sono proprie della psicoanalisi.
Questa prevede:
uno sviluppo in sette fasi
una forma semistrutturata
diciotto regole generali (in gran parte presenti anche nelle interviste diversamente orientate)
La I.S.P.O. dovrebbe “dare sostanza ad un processo di conoscenza che consenta, per le sue caratteristiche, di accertare la credibilità di una denuncia di maltrattamento o di abuso sessuale“ (così in “ L’intervista del minore nel processo “ di Germano Bellussi . ed Giuffrè 2004).
Le diciotto regole, sono:
Tenere presente che
1. non vi siano argomenti di colloquio che il bambino possa ritenere proibiti
2. non vi siano argomenti di colloquio che il bambino possa ritenere trattabili solo in forme convenzionali, ritualizzate
3. non vi siano argomenti di colloquio e specifiche domande alle quali il bambino ritenga di poter opporre la propria ignoranza, quantunque giustificata
4. non vi siano fatti che il bambino possa ritenere sconosciuti al soggetto adulto; l’adulto per il bambino è onnisciente (ed onnipotente)
5. il bambino utilizzerà comunque l’adulto (dunque anche l’intervistatore) per il possibile soddisfacimento dei propri desideri e bisogni profondi ed autentici
6. non vi sono informazioni che il bambino possa fornire all’intervistatore che abbiano lo stesso rilievo per l’uno e per l’altro
7. il numero delle interviste fatte al bambino deve essere al possibile ridotto
8. il numero degli intervistatori del bambino deve essere al possibile contenuto
9. lo spazio per l’intervista deve risultare adeguato alla luce dello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino
10. il tempo per l’intervista deve risultare adeguato alla luce dello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino
11. l’intervistatore, nel corso della intervista al bambino, evita ogni atteggiamento ed ogni manifestazione non neutrali
12. le sedute vanno audiovideoregistrate (almeno audio registrate)
13. non deve eccedere con le informazioni date, all’inizio della intervista, al bambino
14. deve dare eguale importanza a tutte le comunicazioni ed informazioni del bambino, verbali e non verbali
15. non si attenda una particolare risposta od informazione da parte del bambino
16. eviterà di formulare approvazioni e disapprovazioni, apprezzamenti o svalutazioni in relazione alle comunicazioni che gli provengano dal bambino
17. non interpreterà e commenterà mai le cose dette o fatte dal bambino nel corso della intervista
18. nel corso della intervista, terrà conto di eventuali manifestazioni sintomatiche emergenti a carico del bambino, dovendo affrontare il relativo problema con assoluta priorità
L’importanza delle diciotto regole apparirà più chiara dopo aver dato una dettagliata attenzione alle sette fasi previste
PRIMA FASE
La prima fase, che è naturalmente di apertura, deve consentire l’instaurarsi di un rapporto positivo, in un contesto al possibile neutrale, tra l’intervistato ed il suo intervistatore.
Evidentemente va predisposto un ambiente che risulti accogliente e deve essere previsto un arco di tempo che risulti adeguato (alla luce della prevedibile durata dell’incontro, durata che non può non tenere conto sia dell’età che delle condizioni fisiche e psichiche dell’intervistato).
Va costituita una atmosfera connotata da rassicurazione (generica e specifica in relazione ai fatti di cui alle indagini ed alla intervista), ma non tale da favorire un processo di regressione. Tutto questo poiché non va instaurato un rapporto transferale, anzi va previsto l’impegno e l’attenzione a non costituire questo particolare rapporto.
Il bambino deve ritrovarsi nella intervista, a suo agio, senza sensazione di pericolo, senza eccessivo interesse e curiosità, tanto meno da inviti alla complicità.
In questo sfondo avverrà la prima reciproca conoscenza diretta dell’intervistatore e dell’intervistato, fondamentale al fine dello sviluppo delle successive fasi dell’ intervista.
L’atteggiamento dell’intervistatore nei confronti dell’intervistato sarà caratterizzato da neutralità, distacco fisico, disponibilità all’ascolto, utilizzazione di parole comprensibili per il bambino e di frasi semplici.
Andrà evitato quanto si presenta invece spesso in altre metodiche per l’intervista, l’eccesso di spiegazioni (nella misura in cui il bambino non ne avverta il bisogno), l’eccesso di valorizzazione per quanto il bambino possa avere detto o fatto, sopra tutto l’eccesso di responsabilizzazione (abusando di inviti alla calma, alla attenzione, all’importanza di quanto si sta facendo in forza della intervista). Eccessi che inevitabilmente aumentano quelle naturali difese che il bambino tenderà normalmente a mettere in atto, riducendo la potenziale capacità collaborativa.
Dall’eccesso di responsabilizzazione il bambino può avere la sensazione di sbagliare in qualche cosa, di essere colpevolizzato di qualche cosa (nell’intervista e per effetto della intervista), il che va naturalmente rigorosamente evitato.
In questa prima fase, di primo contatto, va evitata ogni anticipazione di iniziative che potranno essere utilmente prese solo nella fasi successive, ed anche nella immediata fase successiva.
SECONDA FASE
La seconda fase è connotata dalla necessità di consentire al bambino una libera narrazione, ed anzi di favorirla, ed avrà a disposizione dei tempi prolungati rispetto a quelli della fase precedente.
Dunque la centralità della libera narrazione, ma anche non direttività (e quindi neutralità) dell’intervistatore; di un intervistatore che favorisce la narrazione, ma non certo una particolare narrazione, neppure per quanto possa attenere l‘argomento prescelto.
Vi sono inoltre alcune cose che certamente l’intervistatore non deve fare: incoraggiare il bambino a raccontare ciò che ricorda (e tanto meno ciò che ricorda di una particolare vicenda) sollecitandolo a fornire dettagli. L’invito a ricordare ed a fornire dettagli pone già l’intervistatore fuori dallo spazio della neutralità.
Libera narrazione significa lasciare spazio alle libere associazioni e non reprimere eventuali ricordi. Si può correttamente farlo invitando il bambino a dirci qualcosa dei suoi giochi, interessi, amicizie, escludendo così un atteggiamento non neutrale e suggestivo dell’intervistatore.
Delle domande introduttive che possono risultare adeguate allo scopo possono essere:
“ Vi è qualcosa che vuoi raccontarmi? “
“ Cosa avresti fatto se non fossi venuto da me? “
“ Vuoi dirmi qualcosa dei tuoi giocattoli? “
In relazione a quanto è avvenuto nella prima fase, in questa seconda fase, il bambino potrà assumere quattro diverse posizioni.
Può entrare nel gioco discorsivo con un discorso sufficientemente articolato; ed allora sarà opportuno che l’intervistatore si limiti ad ascoltare.
Può dare delle risposte brevi, al limite monosillabiche; ed allora sarà necessario evitare di lasciar cadere il discorso, inserendo degli stimoli a continuare (non importa naturalmente in quale direzione).
Può dare delle risposte che indichino chiusura; ed allora in una fase iniziale, ma brevissima dovrà consentirsi il sopraggiunto silenzio, ed in una seconda, qualora il silenzio permanga, potrà essere introdotto un nuovo argomento, senza insistenza qualora il bambino non debba accoglierlo.
Può chiudersi nel silenzio; ed allora dovrà essere data al bambino la sensazione che non lo si spinge a fare e dire qualcosa, ma che, anzi, l’intervistatore non stia esigendo qualcosa da lui (non stia aspettando qualcosa da lui), rispettando per pochi secondi il silenzio e successivamente inserendo un argomento centrato sull’intervistatore (e non sull’intervistato).
Il silenzio, che in qualsiasi momento può essere presentato dal bambino, come risposta a quello che stia accadendo nella relazione con il suo intervistatore, deve essere fatto oggetto di una particolare attenzione. Esso può significare: mi fa paura quello che potrei dire; non voglio uscire per primo allo scoperto; devo tenere sotto controllo la situazione. Ovvero può essere una manifestazione di timidezza.
La libera narrazione da parte del bambino non esclude che vi possano essere delle domande formulate dall’intervistatore, è anzi inevitabile che vi siano.
Queste siano domande aperte, non orientate ad avere informazioni, ma piuttosto a favorire la narrazione. Ribadiamo che non devono essere a scelta multipla, ripetute, a scelta vincolata, suggestive ed inducenti.
Gli interventi dell’adulto dovranno adeguarsi al linguaggio del bambino (ed alla sua età cognitiva ed emotiva).
La seconda fase non deve chiudersi con approvazione o disapprovazione per quello che il bambino abbia fatto, con un giudizio di interesse per quello che sia eventualmente emerso, con una qualsivoglia previsione per quanto potrà verificarsi nella fase immediatamente successiva.
TERZA FASE
La terza fase è caratterizzata dalla possibilità per l’intervistatore di inserire dei giochi, meglio se siano consueti nelle abitudini del bambino.
Ed allora saranno predisposti: carte, matite colorate, materiale malleabile, oggetti componibili, giocattoli, acqua e sapone e così via; meglio se in forma disordinata e confusa.
Possibilmente quindi, e qualora nella seconda fase vi sia stata una fertile narrazione, questa potrà proseguire nella terza fase senza discontinuità, se la narrazione ha presentato delle difficoltà, soltanto sarà allora opportuno inserire un elemento di discontinuità (appunto il gioco).
I giochi costituiscono naturalmente una occasione privilegiata per esaminare il bambino, ma sopra tutto hanno lo scopo di favorire successivi episodi narrativi da parte del bambino. Non è necessario che i giuochi siano specificatamente finalizzati, anzi è preferibile che non lo siano.
Sono giochi adeguati: il disegno, la manipolazione di materiali, l’uso di balocchi (meglio se di tipo tradizionale) e di oggetti variamente componibili.
Hanno natura di giochi anche spezzoni di test proiettivi qualora siano adeguatamente utilizzati.
Dovrà ovviamente essere portata attenzione al gioco prescelto ed alle modalità di esecuzione del medesimo, ai significati simbolici emergenti (nel gioco e con il gioco), ed ancora alle pause, postura, gestualità, mimica, tonalità di voce; oltre ad eventuali commenti.
L’intervistatore può, ed anzi di norma deve, partecipare al gioco (nella prospettiva di consentirlo, dargli un minimo di ordine, eventualmente prolungarne la durata). Con questa partecipazione va confermata con il distacco la neutralità dell’intervistatore.
Questa terza fase dovrà consentire, non imporre, all’intervistato spazi più ampi di utilizzazione (l’intera stanza) e tempi prolungati e rallentati (più accentuatamente autogestiti che non nelle fasi precedenti). In essa andranno consolidate nel bambino sensazioni di fiducia rimanendo solo con l’adulto; di sua possibilità di far entrare o meno l’adulto nella relazione con lui, di inesigenza, distacco e disinteresse dell’adulto per eventuali suoi segreti.
Narrazione o gioco chiuderanno la terza fase senza salti apparenti. L’iniziativa di chiusura spetta ovviamente all’intervistatore, il quale potrà favorire il passaggio alla fase successiva anche soltanto con una domanda, con una modificazione della tonalità di voce, con un movimento corporeo (modificazione della postura).
QUARTA FASE
La quarta fase è quella più specificatamente psicoanalitica.
Se nelle tre precedenti fasi l’orientamento psicoanalitico emergeva in particolare dalla neutralità, dall’atteggiamento d’ascolto, dal rispetto per i vissuti dell’intervistato (elementi che forse non sono assenti negli altri tipi di intervista, ma che certamente non sono importanti come nella nostra), ora emerge anche dalle iniziative dell’intervistatore.
L’intervistatore, chiusa la terza fase, inserirà delle domande le quali devono avere lo scopo da una parte di confermare il suo disinteresse per quello che possa eventualmente emergere, o non emergere, dalla intervista e dall’altra di fuorviare l’intervistato indirizzando l’intervista non più su argomenti neutri, slegati cioè dagli eventi di cui all’interesse dei magistrati, ma su argomenti emotivamente carichi anche se non rapportabili ai temi critici.
Le domande proprie di questa fase possono prescindere, diversamente a quelle da proporsi nelle precedenti, dalle esigenze narrative. Ora infatti, e finalmente, è un problema di contenuti. Soltanto ora, inoltre, diviene importante quanto memorizzato dall’intervistato (quantità e qualità dei ricordi).
Nella fattispecie di presunto abuso sessuale, si possono proporre queste domande:
“ Vi sono cose che danno gioia ed altre che danno dolore, le esperienze dei tuoi amici sono più di dolore o di gioia? “
“ Capita a Te ed ai Tuoi amici di parlare di questo? “
“ Questo che mi dici dei tuoi amici vale anche per il tuo miglior amico (o amica)? “
“ Chi è questo amico del cuore del quale noi abbiamo appena parlato? “
“ In che cosa ti assomiglia? “
Oppure:
“ Hai avuto dei dolori, se sì in quali parti del corpo? “
“ Se ti accarezzano quella parte del corpo che sensazione ti dà? “
“ E’ più bello togliere il dolore a qualcuno o farsi togliere il dolore da qualcuno? “
“ Da chi? “
In una fattispecie di affido ne consiglia altre.
“ La mamma è più spesso allegra o triste? “
“ Vi sono delle cose che puoi fare per far sorridere la mamma? “
“ Tu le fai? ”
“ E’ più facile che pianga un bambino od una bambina? “
“ Soffrono di più gli uomini o le donne? “
“ La mamma od il papà? “
Si può rilevare che da questi temi possono essere recuperate utili catene associative.
Domande, sempre neutrali, ma comportanti una presenza più significativa dell’intervistatore, possono essere le seguenti.
“ Vi è qualcosa che ti preoccupa? ”
“ Vi sono delle cose che vorresti avere? “
“ Vi sono delle cose che vorresti sapere? “
Ed anche
“ Vi sono delle cose che mi vuoi dire? “
Queste domande, nella intervista messa a punto da Bellussi sono quelle, dislocate al confine tra neutralità e non neutralità.
Oltre non si può andare e non si deve andare, per nessuna ragione.
Qualora sia emerso del materiale interessante la quarta fase può concludersi anche con una libera associazione.
QUINTA FASE
La quinta fase è interlocutoria ed ovviamente sconta quanto emerso nelle precedenti fasi ed in particolare nella quarta.
Dovrebbe risultare modificata, perfezionata, la potenzialità relazionale della coppia intervistatore intervistato e quindi potrebbe presentarsi utile, nel nuovo contesto, riconsegnare al bambino la possibilità di raccontare altre cose, oltre quelle già eventualmente dette in precedenza. Qualora invece questa trasformazione non dovesse avere avuto luogo la quinta fase potrebbe essere ritenuta inutile. E’ però opportuno, prima di passare alla sesta fase, offrire al bambino una ulteriore occasione narrativa.
Una occasione di parlare, se vuole parlare; di tacere se non vuole parlare; di farci sapere che ha qualcosa da dire anche se non è certo di volerlo dire; di farci sapere che ha qualcosa da dire, ma che deve essere aiutato a farlo; di farci sapere che ha qualcosa da dire, ma che non ha alcuna intenzione di dircelo; di farci sapere che non ha qualcosa da dirci.
Occasione per una narrazione che deve essere naturalmente del tutto libera.
Libera, ma orientata.
L’orientamento potrebbe essere dato, ad esempio, dalla riproposizione di un argomento già in precedenza trattato (e soltanto in questa quinta fase è consentita la ripetizione) ovvero di un giuoco già effettuato.
Ecco due interventi dell’intervistatore adeguati allo scopo:
“ ricordo ora che tu mi hai detto. . . ”
Ovvero
“ Chissà quante volte avevi fatto il disegno di un albero. . . ma com’erano gli altri alberi? Me li disegni adesso? “
In questa fase dobbiamo essere molto attenti ad evitare che si instauri una situazione di prolungato silenzio. Un silenzio che potrebbe infatti essere interpretato e vissuto come una svalutazione di tutto quello che sia stato detto e fatto fino a quel momento ovvero come una perdita di interesse per l’intervista da parte dell’intervistatore. L’una e l’altra sensazione non potrebbero che avere un effetto negativo in quanto si collocherebbero in uno spazio di interrotta neutralità (un intervistatore svalutante o disinteressato non è infatti neutrale).
Alla conclusione della quinta fase l’intervistatore deve fare, mentalmente, il punto della situazione che si è venuta a determinare, ricordando che gli rimane solamente la sesta fase (quella settima essendo infatti di chiusura ed avendo degli scopi diversi da quelli per i quali l’intervista è stata disposta ed effettuata: in particolare di riconsegna del bambino intervistato ad una situazione di normalità).
SESTA FASE
Una fase, la sesta, che, può essere ritenuta importante, se non proprio decisiva.
Se quanto accaduto ed emerso nell’ambito delle cinque precedenti fasi fa ritenere che possa essere utile formulare delle domande attinenti ai fatti che hanno giustificata la perizia, e l’intervista nell’ambito peritale, allora alcune domande dirette, ancorché non suggestive (e quindi comportanti possibili inquinamenti), possono essere introdotte.
E’ per la prima volta che si può entrare nel settore critico e quindi va fatto con una particolarissima attenzione.
L’attenzione va portata (oltre che alle eventuali ansia e preoccupazione dell’intervistato) alla relazione venuta a costituirsi tra l’intervistatore e l’intervistato; alle caratteristiche delle domande da formularsi; ai livelli di potenziale spontaneità propri dell’intervistato. Per quanto attiene questi livelli dobbiamo sempre prendere in esame le dinamiche che possono essere in atto, e che potrebbero essere le seguenti: dinamiche di colpevolizzazione; dinamiche di protezione; dinamiche di esibizione. Le formule che bene esprimono queste dinamiche sono rispettivamente: giunti a questo punto mi devo difendere; giunti a questo punto lo (o la) devo difendere; giunti a questo punto mi è consentito prendere piacere.
La domanda attinente un fatto specifico:
non dovrà essere chiusa
non dovrà essere a risposta vincolata
non dovrà presupporre una risposta
non dovrà avere richieste di dettagli
non dovrà essere collusiva
dovrà evitare: chi, dove, quando
dovrà al possibile evitare: come, perché
E’ opportuno tentare di precisare quali domande definite dirette possono rimanere neutrali (in una fattispecie di abuso sessuale). Ad esempio:
“ Oltre che con i tuoi compagni giochi anche con il papà e la mamma? “
“ Sono giochi che ti piacciono? “
“ I tuoi amici preferiscono stare con il papà o con la mamma? “
“ Anche per te è così? “
“ E’ sempre stato così? “
“ Conosco un bambino che si fa sempre male ad un dito giocando con il papà e la mamma, succede anche a te? “
“ Quand’eri piccolo le bue dove te le facevi? “
Le risposte alle domande della sesta fase possono avere un eccezionale rilievo e consentire di acquisire degli elementi utili nella prospettiva di disegnare il complesso delle psicodinamiche in atto. Delle psicodinamiche che sono dei veri e propri tasselli di un mosaico che, in prospettiva di giustizia, verrà costruito dal giudice (e solo dal giudice).
SETTIMA FASE
Come la prima fase aveva aperta la intervista così la settima la chiude e conclude. Lo scopo è quindi solo ed esclusivamente quello di porre in essere una corretta chiusura.
Ci possiamo chiedere quando una chiusura possa essere ritenuta correttamente attuata.
Non tanto quando è stato ottenuto un determinato risultato, ma piuttosto quando si verifichino tre condizioni.
1. vengano eliminate le eventuali condizioni di stress
2. venga tenuta aperta la possibilità, non auspicabile, di altre interviste
3. non vi sia una conclusione che in qualche modo responsabilizzi l’intervistato a mezzo di valutazioni per quello che è stato effettuato
Inutile quindi tentare delle sintesi, rifare sia pur succintamente il percorso, sottolineare alcune delle cose che si sono verificate.
L’intervistato deve ritrovare, nel caso l’avesse e per un qualsivoglia motivo perduta, quella neutralità emotiva che avrebbe dovuto avere all’inizio della intervista (o comunque la migliore condizione concretamente possibile).
E’ il momento di inserire dei fatti dl tutto estranei alla vicenda e privi di richiamo emotivo (ad esempio, “ come finirà la tua giornata, hai qualche programma?), oppure formulare un elemento di gentilezza pur che sia senza connotazioni di premialità (mi ha fatto molto piacere incontrarti), oppure ancora di regalare un oggetto (un giocattolo) di quelli che erano dispersi nella stanza (e che devono essere stati lasciati dispersi, averli rimessi in ordine avrebbe indicato infatti che il tutto era stato precostituito e preordinato).
Certamente non deve essere ipotizzata la possibilità di successivi incontri con il medesimo intervistatore, anche perché l’intervistatore non avendo la funzione di terapeuta deve uscire di scena, definitivamente e senza lasciare degli strascichi. E’ bene che non vengano ipotizzate possibilità di incontri con altri intervistatori non essendovi utilità alcuna che di questa possibilità il bambino resti consapevole.
CONCLUSIONI
TRA NEUTRALITÀ E REGIA
Si è già detto che l’intervistatore, tenendo ben ferma la sua neutralità (e quindi una sostanziale inesigenza), mantiene la regia della intervista; regia che non deve passare nelle mani dell’intervistato.
Rischio questo, del trasferimento all’intervistato, che è ben reale specie qualora intervistata sia una bambina e l’intervista avvenga in forme allargate (semipubbliche). L’ambiente in questo caso diviene un vero e proprio teatro ed i ruoli delle varie parti vengono ad essere distribuiti alla luce delle esigenze, consce ed inconsce, delle medesime parti, oltre che della loro effettiva capacità di corretta lettura della vicenda come attualizzata.
Un pericolo è costituito dall’instaurarsi di un rapporto di esibizionismo e voyeurismo che valorizza oltremodo la tentazione alla recita del soggetto intervistato. Ritrovarsi al centro della attenzione, sapere (avvertire) di poter condizionare con una parola o con un gesto l’intervista (ed oltre l’intervista lo stresso processo) non può infatti non stimolare il soggetto intervistato a disegnare un suo ruolo ed una sua immagine gratificanti. Spinte emotive, razionalizzazioni, esperienze dovute al mestiere (degli operatori), condizionamenti reciproci sulla spinta di interessi non sempre filtrati alla luce della coscienza rendono non attendibili i risultati di una intervista che presenti queste caratteristiche.
Oltre l’esibizionismo la iperesponsabilizzazione.
Se attraverso l’esibizionismo il soggetto pone in essere un rafforzamento della sua personalità, il medesimo fenomeno si verifica qualora abbia rilievo non tanto il presentarsi in un determinato modo quanto l’assumere su di se una particolare funzione di ausilio o di condanna di qualcuno.
Sia nel primo che nel secondo caso si tratta, all’interno della intervista e del giudizio, di un gioco di potere che vede i protagonisti tutti muoversi, più o meno abilmente, sulla spinta di impulsi rimasti per lo più a livello inconscio; e pertanto particolarmente pericolosi. La cosa potrà forse sorprendere, ma non sempre chi ha la minore consapevolezza delle psicodinamiche in atto è l’intervistato.
